SPETTACOLI
1996 - La Trasferta
 

LA TRASFERTA
performance scritta e diretta da
Virginio De Matteo

ispirata a SE QUESTO E’ UN UOMO di Primo Levi  e a  L’ISTRUTTORIA  di Peter Weiss 

con
Mimmo Soricelli
Raffaella  Mirra
Martina Iorio
Vincenzo De Matteo
Ada De Matteo

ambientazione scenica
Claudio Mirra

aiuto regia Mimmo Soricelli  - costumi Nico Celli - direttore di scena Martina Iorio - light designer Claudio Mirra - fonico Maurizio Iannino - addetto stampa Maria Domenica Savoia - fotografia Antonio Bocchino - amministratore Angela Verga

Non è, questo ispirato a Peter Weiss e a Primo Levi, un testo teatrale vero e proprio, ma la testimonianza di una delle più immani tragedie dell’umanità. Perciò è un testo così simile, per molti aspetti, a una tragedia greca: anzitutto nella sua straordinaria universalità, un richiamo che va al di là del tempo e dello spazio, capace di parlare agli esseri umani di ogni epoca.

La messa in scena utilizza quattro sezioni, ripetute più volte, che si intersecano tra loro; queste si alternano utilizzando quattro diversi tipi di recitazione: immedesimazione, epica, straniamento.
L’immedesimazione è utilizzata da un solo attore che con cinque brevi monologhi, parlando direttamente al pubblico, racconta la deportazione che egli ha vissuto dal giorno della cattura fino all’arrivo al campo di sterminio. Questi pezzi sono stati liberamente tratti da “Se questo è un uomo”.
La sezione Epica è recitata da attori che, utilizzando il proscenio, descrivono, a muso duro, le atrocità del campo di sterminio.
Lo straniamento, utilizzato dai testimoni, racconta, con la forma del dialogo, l’esperienza del campo. I pezzi sono tratti da “’L’Istruttoria” di Weiss.
La quarta sezione, composta da immagini video, racconta il metodo di strage dei campi.
I costumi, le luci e le musiche rispecchiano le diverse strutture formali delle sezioni.
Per la scenografia il discorso formale è identico a quello dei costumi e delle luci. I personaggi, infatti, utilizzano solo degli sgabelli inseriti in uno spazio neutro.

Anni fa visitai Dachau. Una strana sensazione mi assalì. Mai provata prima. Mi assalì mentre infilavo la famosa “arbeit macht frei”. Sentii il vuoto intorno a me.
La parole, in quel momento, persero ogni significato. Riuscivo a dare loro solo una connotazione grafica. Le parole erano divenute solo dei meri, incomprensibili segni su carta
bianca; null’altro.
Vedevo le persone, con cui mi accompagnavo, muovere le labbra. Non sentivo ciò che dicevano. Riuscivo solo a sentire la voce del silenzio.
Dopo alcune centinaia di metri mi trovai davanti a quei camini, “quei camini che fumavano tanto”.
Allora capii: quel vuoto, quel silenzio, quella sensazione di angoscia che provava la mia
ragione era provocata dalla sacralità di quel posto.
Lì, in quel posto! L’umanità ha creduto di compiere la sua catarsi. Ma non è stata purificazione, espiazione; è stata DISUMANIZZAZIONE.
 
Virginio de Matteo

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